Prova a vincere
C’è sempre una frattura, un punto in cui la promessa si incrina. Una frase stampata su un packaging di consumo — “prova a vincere” — basta a far emergere l’ossimoro che attraversa il mio lavoro. È un invito leggero, quasi infantile, pensato per chi può permettersi il lusso di giocare. Ma dietro quella leggerezza si apre un varco: la distanza tra chi può tentare la fortuna e chi, ogni giorno, non ha nulla da tentare, nulla da vincere, nulla da perdere se non la propria sopravvivenza. È in quella distanza che mi muovo. Non per colmarla, ma per abitarla. La materia che utilizzo — cartoni di cereali, involucri di cioccolato, grafica industriale — porta addosso i segni di un benessere che non appartiene a tutti. Sono superfici nate per sedurre, per distrarre, per addolcire. Nel mio gesto diventano altro: un corpo ferito, un archivio di contraddizioni. Gli strappi, le pieghe, le sovrapposizioni sono cicatrici che parlano di chi resta fuori dall’inquadratura, di chi osserva le grafiche co...


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