Bianco sulle macerie
“Ho solo l’arte, la
creatività come scudo e autodifesa dell’assurdo umano pensiero corrente. E butto
stesure di bianco sulle macerie dove altri pascono assurde personali mire
espansionistiche.”. mario iannino.
Recensione dell’opera: “Stesure di bianco sulle macerie”.
Sintesi.
-Il bianco agisce come gesto di autodifesa sulle macerie del
consumo. La cravatta dorata, simbolo del potere ottuso e predatorio, si innalza
sulla cravatta nera, emblema di lutti, mentre una fragile barchetta di carta
naviga tra i detriti come residuo di un’infanzia che resiste. Il cartone,
materiale povero e vulnerabile, diventa terreno ferito e testimoniale: non da
ricomporre, ma da rivelare. L’opera invita a un’etica dello sguardo, non come
giudizio, ma come testimonianza del tempo.-
In questa composizione polimaterica, l’artista erige un
baluardo contro l’assurdità del pensiero dominante, affidando all’arte il ruolo
di scudo e di autodifesa. La superficie, stratificata e ferita, è attraversata
da stesure di bianco che non cancellano, ma sublimano le macerie: tracce di
consumo, frammenti di pubblicità, oggetti residuali che testimoniano un
paesaggio interrotto. Il bianco non è neutralità, ma gesto attivo, atto di cura
e di opposizione.
La barchetta di carta, fragile e colorata, incastonata nel
quadrante inferiore, diventa emblema di una navigazione precaria tra i detriti
del desiderio indotto. Il dorato verticale, come una ferita sacra, taglia la
composizione e introduce una tensione tra il sublime e il quotidiano, tra la
promessa e la rovina.
L’opera non si limita a denunciare: essa trasforma. Dove
altri pascolano mire espansionistiche, l’artista semina resistenza visiva,
stratificazione critica, memoria del gesto. Ogni elemento è un dispositivo di
senso, ogni frammento una voce che si oppone al silenzio imposto dalla retorica
del potere.
Questa è arte "documentale", testimonianza, è atto etico, respiro che dà parola al margine di storie contemporanee. E' un’opera inquietante che non cerca di piacere ma, di
far sostare, di far pensare.
L’opera si presenta come un campo di resistenza visiva, dove
l’artista oppone alla deriva espansionistica del pensiero dominante un gesto di
sottrazione e di cura. Le stesure di bianco non sono cancellazioni, ma atti di
autodifesa: veli che proteggono, che sedimentano, che restituiscono dignità
alle macerie. Il bianco diventa linguaggio, superficie di sospensione, spazio
di possibilità.
La composizione stratificata accoglie frammenti di consumo,
pubblicità, scarti, oggetti residuali: testimonianze di un paesaggio
interrotto, ferito, ma ancora capace di parlare. La barchetta di carta, fragile
e colorata, naviga tra i detriti come simbolo di sopravvivenza poetica, di
infanzia che resiste, di sogno che non si piega. Il dorato verticale, è una
ferita sacra del dolore imposto con blasfemia dal potere temporale, introduce
una tensione tra il sublime e il quotidiano, tra la promessa e la rovina.
L’artista non cerca di ricomporre, ma di far sostare. Invita
lo sguardo a rallentare, a interrogare, a riconoscere. Dove altri pascolano
mire espansionistiche, qui si innalza una soglia: un confine etico, una
testimonianza. L’opera è un dispositivo di senso, un archivio di resistenza,
una voce che si oppone al silenzio imposto dalla retorica del potere.
In questo gesto, l’arte si fa scudo, si fa respiro, si fa
margine. E il margine, qui, è il luogo della verità.
Scheda opera: Titolo: Stesure di bianco sulle macerie. Autore:
Mario Iannino. Anno: 2026.
Tecnica: Intervento polimaterico su cartone rigido
Materiali: stratificazioni di carte stampate, frammenti
pubblicitari, inserti materici eterogenei, applicazioni di bianco coprente,
elemento dorato verticale, barchetta in carta stampata
Supporto: Cartone rigido. Dimensioni: 86 × 76 cm. Firma e
data: sul retro. Provenienza: Archivio dell’artista.
L’opera si configura come un dispositivo di resistenza
visiva: il bianco, steso sulle macerie del consumo, non cancella ma protegge,
sospende, restituisce dignità ai frammenti. La verticalità dorata introduce una
tensione tra sacro e quotidiano, mentre la barchetta di carta naviga come
fragile emblema di sopravvivenza poetica. L’intervento sul cartone rigido
accentua la dimensione povera e testimoniale del gesto.
Il lavoro si offre come un campo di resistenza poetica, un
luogo in cui il bianco assume la funzione di gesto protettivo, di sospensione
necessaria sulle macerie del consumo. La cravatta dorata, innalzata
verticalmente, non è semplice materia: è il segno esplicito di un potere ottuso
e predatorio, un simbolo sociale sottratto al suo contesto per rivelarne la
violenza muta. La sua rigidità, adagiata sulla cravatta nera — emblema di lutti
e perdite — crea una frizione visiva e concettuale che amplifica la fragilità
della barchetta di carta, residuo di un’infanzia che ancora tenta di navigare
tra i detriti.
Il cartone rigido, materiale povero e vulnerabile, diventa
terreno ferito e insieme pagina aperta: non un supporto da restaurare, ma un
corpo da ascoltare. Le stesure di bianco non cancellano, ma proteggono; non
coprono, ma rivelano la necessità di un gesto etico che riguarda tutti. Non
come giudici, ma come testimoni del tempo, chiamati a riconoscere ciò che resta
e ciò che resiste.

.jpg)
