Nel varco dell'inutile

 L’inutile che salva

 Una riflessione intima sul rapporto tra utilità, profitto e il gesto creativo come forma di disobbedienza simbolica.


Ogni volta che torno alla materia — che la sfioro, la ascolto, la provoco — sento che non sto semplicemente producendo un’opera, ma attraversando un varco. È un movimento che nasce da una maturazione lenta, quasi sotterranea: un pensiero critico che negli anni si è depositato sulla figura dell’intellettuale e sul suo posto nel mondo.

Forse perché, per me, l’artista non è mai stato un semplice produttore di forme, ma un soggetto che interroga i linguaggi, li smonta, li reinventa. Eppure, ogni volta che ripenso all’incontro con Antonello Trombadori, avverto una lieve frizione. Il suo monito — “tu fai il pittore, produci, e io scrivo, teorizzo il tuo lavoro” — era un invito alla separazione dei ruoli. Ma io quella separazione non l’ho mai abitata davvero. Non riesco a delegare ad altri la traduzione del mio sentire. La mia poetica non nasce da un discorso esterno: è un corpo a corpo con ciò che intellettualmente mi attraversa.

In un tempo che misura tutto attraverso l’utile e il profitto, mi accorgo che la creatività è costretta a giustificarsi, come se dovesse dimostrare di meritare lo spazio che occupa. E allora mi chiedo: cosa resta dell’arte quando è costretta a rispondere a criteri che non le appartengono? Dove si colloca il mio gesto quando non produce un ritorno, ma un’eccedenza?

Le quattro battute che seguono — più una, necessaria come un margine che non vuole cedere — sono il tentativo di ascoltare questo scarto. Non cercano una teoria, ma una postura. Non una sintesi, ma un respiro.

1. La logica del profitto come pressione interiore.

Mi accorgo che la logica del profitto non è solo un fatto economico: è un modo di guardare il mondo che finisce per infiltrarsi anche nei miei gesti più intimi. È una voce che chiede: a cosa serve? cosa produce? cosa restituisce?
E io, ogni volta, devo ricordarmi che non tutto ciò che vale si lascia misurare.

2. L’arte come eccedenza che mi eccede

Quando lavoro, sento che l’opera non risponde a un fine. È un luogo di relazione, un medium che mi supera. Non è funzionale, non è utile, non è capitalizzabile. È un’eccedenza che mi abita e che non posso contabilizzare.
Forse è proprio lì che l’arte resiste: nel suo non voler tornare indietro sotto forma di profitto.

3. La creatività catturata e la mia inquietudine

So bene che la creatività è diventata una risorsa, un capitale, un asset. Lo vedo ovunque: l’immaginazione trasformata in competenza, la libertà ridotta a performance.
E dentro di me nasce un’inquietudine: come difendere la parte indocile del gesto, quella che non vuole essere utile a nessuno?

4. L’arte come disobbedienza che mi salva

Quando penso all’arte come contro-spazio, come sospensione della logica dell’efficienza, sento che lì c’è una possibilità.
Non una fuga, ma una disobbedienza simbolica: un modo per dire che il mondo può essere guardato anche senza chiedergli di produrre valore.

+1. Il margine che resta

E allora capisco che la mia pratica non serve.
Ma serve a pensare.
Serve a respirare.
Serve a ricordarmi che esiste un margine — fragile, ostinato — in cui l’inutile non è uno spreco, ma una forma di salvezza.

È lì che torno ogni volta che gioco con la materia.
È lì che ritrovo il senso del mio stare al mondo.

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