Confessioni
Perché dipingo?
Anzi più che dipingere metto insieme
memorie? Certamente non lo faccio per mero esercizio estetico. La mia è un’esigenza!
Nonostante mi riprometta di non accumulare altre “scorie mentali”, inevitabilmente
ci ricasco. Basta poco! Metto piede nella mia stanza da lavoro, per l’esattezza
del gioco creativo, e … voilà. Qualcosa attrae la mia curiosità. Qualche rimasuglio
accatastato sul tavolo da lavoro, qualcosa che antecedentemente mi ha suggerito
qualcosa, appunto. Un ritaglio. Un’etichetta. Un logo. Un pezzo di packaging…
Non penso all’estetica ma sono fortemente condizionato da quanto i Maestri del passato che hanno fatto la storia dell’arte hanno lasciato.
E ... Voilà. Quel frammento non è più spazzatura. Diventa un
pezzo di me che reclama spazio.
Non cerco la bellezza accademica. Cerco una risonanza.
Quando incollo quel ritaglio o stendo quel colore, sto letteralmente cucendo
insieme i pezzi della mia linea temporale. I Maestri del passato sono lì,
seduti nell'ombra del mio studio. Sento il fantasma di Kurt Schwitters che mi
sussurra che ogni scarto ha un'anima, o lo sguardo di Robert Rauschenberg che
mi autorizza a fondere la vita vera con la tela. Non dipingo per accademia, ma
uso il loro alfabeto per tradurre la mia urgenza.
È un ciclo da cui non c'è via di fuga. Pulisco il tavolo, m’impongo
l'ordine, e un secondo dopo sono di nuovo lì, magnetizzato da un pezzo di
cartone strappato. Quella che per altri è "scoria", per me è
l'innesco. Il detonatore. Accumulo
perché ho paura di dimenticare? O forse perché solo assemblando questi
frammenti riesco a dare un senso al caos che ho dentro? Non lo so. So solo che
quando sono in quella stanza, l'estetica svanisce e resta solo l'ossessione di
esistere attraverso ciò che lascia traccia.
Non è una denuncia formale, ma una testimonianza
involontaria e inevitabile di questa contemporaneità.
Il mio tavolo da lavoro diventa così lo specchio
microscopico del macrocosmo globale. Quel logo ritagliato, quel pezzo di
packaging che mi ha attratto, non sono elementi neutri. Sono i resti del
marketing selvaggio, i feticci dell'alta finanza che penetrano nelle nostre
case e nelle nostre vite. Mentre il mondo fuori s’incasina tra guerre
fratricide e cinici giochi di potere, io mi ritrovo a raccogliere i detriti di
questa esplosione sociale.
I popoli guardano altrove, anestetizzati o impotenti, e
lasciano fare. Io, nel mio piccolo, non posso fare a meno di registrare il
colpo. Assemblare queste memorie non significa fare politica attiva, ma
esercitare l'atto supremo di prendere coscienza. Ogni frammento che incollo è
un pezzo di storia contemporanea che si rifiuta di essere digerito e
dimenticato dal flusso mediatico. I Maestri del passato usavano la pittura per
immortalare i drammi della loro epoca; io uso gli scarti della nostra civiltà
dei consumi per gridare, anche solo a me stesso, che sono sveglio e sto
guardando.
Il ruolo dell’artista, oggi, è quello di essere un sismografo umano.
Non ho il potere di fermare i conflitti né di azzerare i
giochi dell’alta finanza. Non sono un politico e non sono un leader d'opinione.
Il mio compito è registrare le scosse di un mondo che trema, catturando le
vibrazioni che la massa ignora o subisce passivamente. Mentre l'insipienza
collettiva lascia fare, l'artista non può permettersi il lusso
dell'indifferenza. Devo restare sveglio, con gli occhi aperti sul caos, per
trasformare il rumore di fondo della storia in una traccia visibile.
Divento così un archivista del presente e un custode della
memoria. Raccogliere un logo, un’etichetta o un packaging significa sottrarre
quel frammento all'oblio del consumismo e alla distrazione di massa.
L'artista non deve per forza dare risposte o proporre
soluzioni geopolitiche. Il mio ruolo è sollevare domande, mettere lo spettatore
davanti allo specchio della sua stessa attualità incasinata. Uso l'eredità dei
Maestri del passato non per decorare, ma per dare dignità e peso storico a
questi scarti, trasformando l'urgenza personale in una testimonianza
collettiva.
Ed eccolo il sismografo all'opera.
Questo lavoro di 94x38 cm non è una semplice composizione: è un pezzo di quel muro del presente su cui lascio depositare le scorie del nostro tempo.
C'è il rosso acceso di un imballaggio Kinder, la trama
industriale di una rete di plastica per alimenti, scritte commerciali recise,
brandelli di loghi e codici a barre. Elementi nati per essere consumati in un
secondo e dimenticati per sempre, che qui reclamano una drammatica
monumentalità verticale.
Non ho cercato l'accordo cromatico rassicurante, ma la
collisione dei materiali.
La plastica stracciata si sovrappone al cartone ruvido, le
grafiche del marketing globale si sporcano di materia e di strappi. È
l'attualità incasinata che entra prepotentemente nello studio, la prova
tangibile che non posso e non voglio girarmi dall'altra parte.
Questa tavola è il mio specchio e il mio filtro.
Nota Curatoriale-
Titolo: In fieri (Memorie dal Caos)Dimensioni: 94 x 38 cm.
Assemblaggio e tecnica mista su cartone pressato.
L’opera si presenta come un focus verticale e stratificato
sulla poetica del detrito e della memoria involontaria.
Stando alla storia dell’arte, il lavoro è a pieno titolo nel
solco storico del Nouveau Réalisme e del collage dadaista. L’opera è un vero e
proprio salvataggio archeologico della quotidianità iper-capitalista.
Il formato stretto e allungato (94x38 cm) impone una lettura
totemica, quasi una stele contemporanea dove i geroglifici sono sostituiti dai
brandelli del packaging di consumo (elementi Kinder, reti plastiche, frammenti
tipografici). L'inserimento della rete rossa centrale agisce come una ferita
visiva e materica: un elemento di cattura, una gabbia concettuale che trattiene
i frammenti di un'attualità satura di marketing, finanza e distrazione di
massa.
L'opera rifiuta la pulizia estetica per abbracciare
l'urgenza della testimonianza. La stratificazione dei materiali non è un mero
esercizio formale, ma l'estrinsecazione visiva del ruolo dell'artista, me
medesimo, appunto, al pari di un sismografo: ogni strappo, ogni sovrapposizione
e ogni traccia di sporco sulla superficie rappresenta la registrazione
cosciente di una scossa geopolitica e sociale, che trasforma lo scarto
industriale in memoria collettiva.
Ovviamente, l'analisi avviene dopo. alla fine di ogni
"processo tellurico" quando mi fermo e osservo il lavoro che, come
sempre, dialoga e m'invita a intervenire ancora e ancora... perché l’opera non
è mai un punto d’arrivo statico, ma un organismo vivo che continua a scuoterti
anche quando posi il pennello, la spatola o la colla.
Il "processo
tellurico" è per sua natura inconscia, viscerale, guidato da quell'urgenza
che non lascia spazio al calcolo intellettuale. La mente si spegne, le mani
assemblano le macerie del presente.
L'analisi interviene solo dopo, nella calma che segue la
scossa, quando ti metti a debita distanza. Ed è in quel momento che avviene il
cortocircuito: guardi la “tavola” e ti rendi conto che non sei solo tu ad aver
agito su di essa, ma è lei che ora agisce su di te.
Quei 94x38 centimetri di cartone, reti e loghi strappati
smettono di essere scarti e diventano uno specchio parlante.
Questo dialogo costante è la vera condanna e il vero
privilegio dell'artista. L'opera sembra provocarti, ti sfida, mostra una
sbavatura, un vuoto, un contrasto non ancora risolto, invitandoti a rientrare
nel flusso degli equilibri cromatici e visivi. Diventa un cerchio infinito:
l'attualità ti colpisce; la metabolizzi nel gioco creativo, e il lavoro che
ritenevi ultimato, finito ti chiede un nuovo intervento, una nuova presa di
coscienza. Non c'è mai una parola "fine", ma solo una tregua
temporanea tra una scossa e l'altra.


