IL RUMORE VISIVO DELLA METROPOLI
"Un’indagine semiotica sul residuo, il grafismo e la saturazione consumistica secondo la mia filosofia di vita"
Testimonianza archeologica del quotidiano (metropolitano).
La mia ricerca non nasce per compiacere l’occhio, ma per innescare un corto circuito critico. Considero la mia intera produzione, inclusa questa opera di 34x62 cm custodita in collezione privata, un atto di impegno e resistenza intellettuale contro la saturazione consumistica e l'appiattimento decorativo, azioni che minacciano il contemporaneo e la bellezza interiore custodita nell'animo degli eterni bambini.
Il mio lavoro si muove lungo due binari paralleli ma strettamente connessi: la fisicità della materia analogica e la scomposizione della traccia digitale.
Quando scelgo come
supporto il cartone ondulato di recupero, compio un gesto programmatico.
Rifiuto volutamente la precisione geometrica e la perfezione asettica della
tela tradizionale. Questo materiale povero, con le sue rugosità, i bordi
imprecisi e la silhouette irregolare, si fa fin da subito frammento
metropolitano, bassorilievo tattile della nostra precarietà esistenziale.
Sulla sua superficie stratifico i residui visivi della
città: imballaggi industriali, carte lacerate ed etichette. È un caos
controllato che si riallaccia alla lezione storica del Nouveau Réalisme e del
décollage di Mimmo Rotella, ma che rielaboro attraverso una mia autonoma, quasi
anarchica, gestualità pittorica.
Sovverto e saboto il segno commerciale. Mi approprio dei
loghi e dei marchi cronicizzati dall'inconscio collettivo (come "ACE"
o "Milka" e altro ancora) non per esaltarli, ma per depotenziare il
loro potere persuasivo. Attraverso lo strappo, l'occultamento e la
sovrapposizione, nego la loro funzione originaria di vendere. Il logo smette di
essere pubblicità e si trasforma in un reperto antropologico.
L'impulso pittorico e
la materia bianca completano l’azione. Intervengo con colate dense di acrilico e
macchie di colore puro. Il blu, il verde o il rosso creano una frattura che
interrompe la precisione della grafica commerciale. Al contempo, stendo una
patina bianca, rappresa come polvere urbana o vecchio intonaco, per congelare
questi scarti e sottrarli al loro flusso invasivo e subliminale.
L’inserimento dei simboli come la barchetta e latro sono
innesti oggettuale che rimandano all’esitenzialità. In questo caso, sul lato sinistro
dell'opera, ho inserito una barchetta di carta piegata a mano, ricavata da
quegli stessi imballaggi di scarto. Questo elemento tridimensionale rompe la
bidimensionalità del supporto. È una traccia poetica, un archetipo del viaggio
e del riscatto della materia più umile attraverso la forma.
La mia indagine sul "residuo" e sulla saturazione
non si ferma alla carta e al cartone. La transizione verso il linguaggio
post-fotografico e la decostruzione digitale rappresentano le due facce della
stessa medaglia: passo semplicemente dalla critica della materia fisica all’analisi
critica della materia virtuale e dell'informazione dematerializzata.
Nelle mie serie digitali, come Residual Frame, il gesto
migra dall'azione manuale dello strappo all'uso del software. Non intendo la
fotografia come una riproduzione oggettiva o un documento della realtà. Tratto
l'immagine come un puro aggregato di dati elettronici da scardinare.
Nell'estetica della frattura digitale non strappo la carta, ma frammento il pixel. Il frammento urbano analogico diventa un'interferenza visiva tra pixel e pensiero. La materia digitale instabile evoca lo stesso senso di vuoto, di, interruzione comunicativa e di precarietà dei miei cartoni logorati dal tempo.
In entrambi i mondi, cerco la frattura nel flusso
comunicativo. Saboto il logo industriale, tronco la scrittura manuale nei miei
"Appunti di Grafia Creativa" o distruggo la linearità dell'immagine
tecnologica.
Il mio obiettivo resta immutato: restituire a chi guarda lo
spazio critico necessario per decodificare, comprendere e resistere al degrado
del reale e reinventare una realtà a misura d'uomo, anzi, di bambini.


