La sporca guerra

Artist Statement


 

Titolo dell'opera: La sporca guerra (Serie / Varianti)

Ciclo di appartenenza: Linguaggi Metropolitani Dematerializzati

Artista: Mario Iannino

«Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo...»

— Primo Levi, Shemà (Se questo è un uomo)

Quest’opera, intitolata significativamente "La sporca guerra", si inserisce nel flusso di ricerca dei Linguaggi Metropolitani Dematerializzati, un’indagine estetica e concettuale che analizza la saturazione dei codici visivi contemporanei e la progressiva perdita di peso della realtà biologica a favore della realtà mediatica.

Il fulcro concettuale del lavoro si riallaccia, non a caso, al severo monito della poesia introduttiva di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.

L'incipit del testo drammatico è qui trasposto dall'inferno del Lager storico a quello dei conflitti tecnologici e umanitari moderni.


Nello spazio urbano globale, il linguaggio si è frammentato e liquefatto: le icone del consumismo e della spensieratezza pop — qui rappresentate dalla rassicurante e infantile grafica commerciale di un brik Alpro/Minions — non sono più semplici merci, ma veri e propri schermi fluttuanti. Essi agiscono come gli anestetici visivi di quella stessa "paciosità" domestica descrittiva da Levi, progettati per accoglierci nel comfort e per isolarci dal rumore di fondo della sofferenza globale.


Attraverso la pratica del fotomontaggio e dell’ibridazione digitale, “La sporca guerra” attua una deflagrazione semantica spietata, che si sviluppa e si esaspera attraverso la focalizzazione sul contrasto biologico del nutrimento. Nella composizione, la superficie patinata del marketing alimentare quotidiano — sinonimo di abbondanza superflua e intrattenimento per l'infanzia occidentale — è violentemente accostata alla carne viva della storia: pixel che documentano la calca disperata di bambini e civili che sollevano pentole, ciotole e barattoli vuoti, privati di ogni diritto e del cibo più elementare in territori rasi al suolo.


L’accostamento non è solo tematico, è strutturale. Esiste un filo invisibile, un legame logico e cinico, tra i codici a barre della nostra spesa, i codici di programmazione dei droni militari e i flussi mediatici che spettacolarizzano la fame. Entrambi appartengono alla stessa civiltà evoluta e tecnologica; entrambi operano per sottrazione di umanità. Il drone distrugge il bersaglio perché impostato: non ha anima e non calcola la vita umana dell'obiettivo, né di chi gli sta attorno e muore come mero "effetto collaterale". Allo stesso modo, l'algoritmo delle merci di consumo scompone la tragedia della denutrizione in dati da consumare distrattamente, tra un sorso e l'altro di una bevanda industriale.

Dematerializzare il linguaggio metropolitano significa, in questo contesto, strappare il velo dell'indifferenza cinica e della dissonanza cognitiva in cui siamo immersi. L'opera riattualizza l'imperativo morale di Levi: costringe lo spettatore a guardare dentro la frattura, a considerare se questo è ancora un uomo quando l'infanzia è ridotta, da un lato, a target commerciale da manipolare e, dall'altro, a bersaglio geometrico da affamare. Diventa così un dispositivo di risveglio civico e sensoriale, un tentativo di restituire un'anima ai codici e un peso etico alle immagini che formano il nostro panorama quotidiano.

 

 

Post più popolari