Artist Statement
Artist Statement
Riflessioni in libertà dalla stanza dei “giochi”
Profanare o tombare? Tombature profanate! Tombare per custodire e consegnare ai posteri le scorie del nostro tempo che senso ha?
In arte, la tombatura drammaticamente più nota è il Grande Cretto di Gibellina, la monumentale opera di Alberto Burri. Ma in arte si è già detto tutto. Ritengo che ogni lavoro o ricerca artistica che dir si voglia sia stata ampiamente scandagliata dalla critica e dalla storia. Non per questo, però, dobbiamo adagiarci e smettere di sperimentare. Io scelgo di giocare, ogni giorno.
Ma a differenza di quanto asseriva Renato Guttuso, che si sentiva un proletario del pennello e iniziava la sua giornata lavorativa alla stessa ora degli operai che montano in fabbrica – una frase che penso sia solo un vezzo del "compagno Renato" – io rivendico la totale libertà del gioco creativo.
Il mio fare arte è un gioco serio, un’urgenza che rifiuta la timbratura del cartellino e si distacca dalla retorica del lavoro puramente meccanico.
Dipingere o creare non è come lavorare in fabbrica. Tutt’altro! Gli
operai sudano e faticano, mentre “noi artisti” giochiamo a fare gli
intellettuali che pensano di poter migliorare il mondo. Non so se sia vero, ma
so che per me creare, ragionare e conferire armonia al logorio della vita
moderna è un gioco. Un flusso assoluto e senza orari, drammatico ed elitario,
che non risponde a una logica di produzione lineare ma a un’esplorazione pura,
svincolata dalle gabbie teoriche degli ismi della critica contemporanea.
In questo mio percorso si contestualizza egregiamente, e rivive,
la grande lezione di Jean Dubuffet e dell'Art Brut. È una vicinanza che sento
viscerale, soprattutto nella totale assenza di quei religiosi accademismi duri
a morire che ancora appesantiscono l'arte contemporanea: penso alla sacralità
della preparazione dei fondi per le pitture e a tutti gli altri ammennicoli
tecnici che ingabbiano il gesto. C'è un'autenticità grezza nell'operare
direttamente sulla materia senza chiedere il permesso alle regole dell'accademia.
Quest’ultimo gioco, iniziato qualche giorno addietro e nato
all'interno del flusso che chiamo Linguaggi Metropolitani, lo ritengo
finalmente concluso. Si sviluppa su una base di cartone industriale di 75x56
centimetri, su cui ho impresso una manipolazione di oggetti di scarto
assemblati. È una superficie di tessuto stratificato, dove la carta stampata, i
ritagli di giornale, gli imballaggi e le scritte rovesciate – come quel
“fittane” che riaffiora dal fondo – evocano con forza la poetica dell’accumulo e
del frammento salvato.
Ho voluto trattenere e conservare queste scorie della città e della società dei consumi, trasformate in barchette di carta e cravatte, gusci di ovetti kinder e altre scorie consumistiche sotto una pelle di rete rinforzata, gesso e colore.
È un atto di tombatura inteso e, al tempo stesso, una paradossale conservazione di ciò che la società rifiuta.
Ma se Burri con il suo Grande Cretto ha sigillato il trauma e la memoria di una comunità sotto una colata monumentale e tragica di cemento bianco, la mia opera agisce su una scala intima, domestica e materica.
Non si tratta di una
tombatura intesa come oblio. Questa texture bianca e scabra, questa membrana
semipermeabile, non vuole essere una pietra tombale sul Caos sottostante. Al
contrario, il gesso e la rete disciplinano la materia urbana senza cancellarla,
trattenendo i frammenti in una sospensione protettiva, come reperti di
un'archeologia del quotidiano.

