Installazione concettuale, Artist Statement

MARINAI DI TERRA: La mia dichiarazione d’artista




Benvenuti nel mio spazio di ricerca visiva. Qui si condensa il senso del mio fare artistico, un percorso che nasce tra i silenzi e le suggestioni della mia terra d'origine: la Calabria.

n  L'urgenza del viaggio e il legame con le radici

Quante volte ho sognato di viaggiare, solcare mari incontaminati popolati da sogni, stando lungo le sponde delle fiumare calabre tra le canne, al vento del desiderio di conoscenza. Con la mia ricerca attuale, cerco di dare una forma e una voce a questa urgenza interiore.

Le barchette di carta che adagio tra le canne, lungo i corsi d'acqua, incarnano per me la figura poetica dei "marinai di terra": un'immagine che evoca il contrasto nostalgico tra il desiderio viscerale di esplorazione e la realtà di un territorio immobile, eppure straordinariamente ricco di sogni.

La fiumara calabra, con il suo letto ampio e ciottoloso che muta con le stagioni e il canneto che oscilla al vento, diventa lo scenario eletto per questo mio viaggio immaginario. Per me, cresciuto in questi luoghi, la canna comune e i piccoli corsi d'acqua non sono semplici elementi naturali. Sono veri compagni di gioco, simboli di un'infanzia legata alla terra in cui una fragile barchetta costruita con fogli di giornale e incastrata tra le foglie rappresenta il primo, vero veicolo verso l'ignoto.

n   «Siamo canne al vento»: Tra flessibilità e tenacia

Mi approprio delle parole di Grazia Deledda, «Siamo canne al vento», per descrivere la mia visione della condizione umana: un fragile equilibrio tra flessibilità e tenacia, capace di piegarsi alle tempeste della vita senza mai spezzarsi.

La canna non si oppone alla forza del vento o alla foga della fiumara in piena: si flette, asseconda il movimento e, grazie a radici profonde e salde, rimane ancorata al suolo, pronta a rialzarsi. È l'emblema di una resilienza antica, tipica della gente della mia terra, che sa accogliere il "vento del desiderio di conoscenza" e lasciarsi trasportare dall'immaginazione, pur restando legata alle proprie origini.

Attraverso le mie opere esploro la saggezza pragmatica della cultura popolare, che trasforma la flessibilità biologica delle piante in archetipi culturali del bacino del Mediterraneo. Penso ai motti che ripeteva mia nonna davanti a situazioni più grandi dell’uomo, come:

 

·       «Càliti juncu ca passa la china» (Abbassati, giunco, finché non passa la piena)

·       «Vasciati juncu ca l’aratru passa»

 

Di fronte alla violenza cieca della natura, della storia o di un evento avverso, opporsi con la forza bruta porta alla distruzione. Il mio giunco si lascia quasi sommergere, ma non si spezza; una volta passata la bufera, ritorna dritto e fiero. Il mio lavoro è un invito a non irrigidirsi nelle proprie posizioni durante i momenti di crisi, accogliendo il cambiamento per non farsi travolgere.

n   Una domanda fondamentale: Sopravvivenza o sottomissione?

Nel mio percorso non dimentico l'ambivalenza culturale di questo gesto e mi pongo un interrogativo centrale: la flessibilità è una strategia di sopravvivenza o una forma di sottomissione?

Richiamando la lezione di Leonardo Sciascia, scelgo di interpretare questo "piegarsi" non come una resa fatalista, ma come una forma di resistenza passivo-attiva. È la "strategia dell'attesa" che inganna il potere: chi detiene la forza (la tempesta, l'oppressore) crede di aver sottomesso il giunco perché lo vede piegato. In realtà, il giunco sta compiendo un atto di estrema intelligenza strategica, usando il tempo come alleato.

Esiste certo il rischio dell'immobilismo — il pericolo che il piegarsi costante diventi sottomissione o rassegnazione — ed è proprio in questo delicato confine che interviene il mio fare artistico.

n   Resilienza comunitaria e l'Utopia Radicata

La resilienza che racconto non è mai un atto isolato, ma comunitario. Recupero la massima rurale «La vite e la canna si aiutano a vicenda»: due elementi deboli che trovano la forza legandosi l'uno all'altro, rispecchiando la solidarietà profonda tra gli ultimi. Nella fiumara, le canne formano un canneto collettivo che frena l'erosione e protegge l'intero ecosistema.

La mia barchetta di carta, incastrata tra le foglie di quella pianta tenace, racchiude la sintesi perfetta di questa visione e si fa sinonimo di un'"Utopia Radicata".

La struttura rigida della carta (i sogni, le fragili strutture umane) ha bisogno della flessibilità del canneto e della fiumara per trovare un porto sicuro e non essere distrutta dal vento. Questo fermarsi e rimanere "incastrata" non è un fallimento, ma l'atto necessario per proteggere il sogno. La carta è fragile: se prendesse il largo nella fiumara in piena, si dissolverebbe in pochi minuti.

Il canneto, trattenendola nell'abbraccio protettivo della collettività, ne preserva il desiderio di infinito. Permette così al mio marinaio di terra di continuare a viaggiare, intatto, con l'unica forza dell'immaginazione.

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