1973. Documenti
Il Peso dell'Aria.
Ho sempre pensato che l'unico modo per sopravvivere al tempo fosse quello di amputarlo.
Ho rimosso il passato con un taglio netto, chirurgico.
Vivere il presente, d’altronde, è l’unica scelta logica: l’unica che non ti
costringe a fare i conti con i fantasmi.
Eppure, ci sono pomeriggi in cui la regolarità del presente si incrina. Basta un album di famiglia dimenticato in un cassetto, il riflesso opaco di una vecchia copertina, e quel muro che ho faticosamente costruito crolla.
Guardo le foto e non mi riconosco subito; quei momenti rivivono davanti ai miei occhi come se appartenessero a uno sconosciuto, a un altro uomo, in un’altra vita.
Ma quando ti metti davanti alla storia del tempo, non puoi
fare a meno di tirare le somme.
-E risentire il pathos giovanile
trasformare la fatica fisica in passione -
Il mio era un mondo fatto di analogie pratiche. C'era un
peso specifico in ogni cosa. Oggi tutto scivola via, immateriale, ma allora ci
si affezionava agli oggetti perché erano il risultato di un patto con la
fatica. Ci prendevamo cura di un vestito o di un attrezzo perché dietro ogni
traguardo raggiunto c’era il sudore.
Penso alla mia prima macchina, una 500L color nocciola. Ne
ricordo l'odore denso degli interni in finta pelle sotto il sole, il tessuto
ruvido della capote di tela che si apriva sul cielo. Ricordo la "doppia
debraiata" — la doppia depraiata, come la chiamavano gli amici della
meccanica —, quel gioco di piedi e frizione obbligatorio per scalare le marce
senza grattare; un rito che oggi sembra preistoria. Con tremilacinquecento lire
facevo il pieno. Una cifra ridicola oggi, ma allora era il prezzo esatto della
mia libertà.
Non c'era internet a connetterci. C'era la distanza, coperta
con passi lenti o veloci a seconda dell’enfasi che li guidava. C'erano i
telefoni fissi a casa, con il disco combinatore che girava lento sotto il
polpastrello, o le cabine stradali dove i gettoni metallici scendevano con un
rumore secco, scandendo il valore delle parole pronunciate.
E il balcone che nel 1973 fungeva da “laboratorio”.
E poi c'era la creatività. Non quella esibita dei
palcoscenici o dei social network di oggi. La mia era una creatività intima,
fatta di passatempi segreti che non divulgavo a nessuno, se non agli amici più
cari e ai parenti. Il balcone di casa, nel 1973, era il mio laboratorio. Dovevo
lavorare all’aperto a causa delle esalazioni provocate dallo stagno ma anche
dalla pittura ad olio e della trementina.
Quella foto è nata così, in un pomeriggio qualunque. Un caro
amico era venuto a trovarmi, euforico, stringendo tra le mani la sua prima
reflex nuova di zecca. Mia madre aprì la porta, lo fece entrare senza
cerimonie, come al solito, e lui mi colse di sorpresa. Ero sul balcone, nel mio
rifugio. Intorno a me c'erano rocchetti di filo di rame lucido e il fumo acre
del saldatore che saliva nell'aria profumata di primavera. Tra le mani, una
figura stilizzata che prendeva corpo.
Era un prototipo, uno scheletro metallico che custodivo per
futuri sviluppi. Lo scatto mi ha sorpreso mentre osservavo quella struttura.
Ricordo esattamente cosa pensavo: seguivo con gli occhi quelle linee di rame
che sembrava racchiudessero l’aria, per poi immergervisi dentro. Volevo dare
una forma al vuoto.
La somma del tempo sta tutta lì, in quella foto in bianco e nero. Riguardo quel ragazzo sul balcone. Ha lo sguardo serio, concentrato, le mani che stringono con delicatezza un sogno di metallo. Mi chiedo dove sia finita tutta quella pazienza, nei giovani di oggi, quella capacità di stare ore da soli con un pezzo di rame e un'idea, senza il bisogno di mostrarlo al mondo, solo per il gusto di vederlo esistere.
Forse vivere il presente è davvero la cosa più logica da
fare. Ma quelle tremilacinquecento lire, quella 500 nocciola e quel filo di
rame mi ricordano che, prima di diventare logico, sono stato terribilmente
umano, carico di passioni e di un pathos che nessuna rimozione potrà mai
davvero cancellare.
Ed è per questo che non sono diventato “logico” del tutto.
Rimango “analogico” quando lavoro alla mia ricerca artistica, che mi spinge a
cercare la poesia anche laddove sembra non esserci. Nei linguaggi
metropolitani, i miei assemblaggi condensano quell’antica voglia di fare:
creare dal nulla nuove possibilità semantiche.
