Diamo senso all'anima
Le sperimentazioni nel campo dell’arte pittorica sono linfa vitale per la ricerca poetica della visione. I “visionari” vedono oltre il dato puramente cristallino degli oggetti e delle intenzioni. L’inizio apre sempre a mille rigagnoli di una semantica possibile.
Grazie, per a vere aperto sentieri che non portano a nulla di definito ma conferiscono spunti per i creativi venuti dopo le loro intuizioni. Grazie, dunque, a Pollock. Agli informali in genere. E a quanti hanno trovato nelle tracce lasciate dall’uomo in ogni campo.
Grazie a Pierre Restany che seppe coniare una corrente e
valorizzare gli artisti esponenti del nouveau Réalisme.
Grazie ad Achille Bonito Oliva per avere teorizzato la nuova
figurazione… della Transavanguardia. Che, nel complesso non c’è nulla di nuovo
assoluto in arte. È un continuo rimescolamento cerebrale creativo.
Comunque, Grazie a tutti. Iniziando dall’accademismo
superato dalle nuove forme di comunicazione appena accennate.
E grazie a Jean Dubuffet per avere dato voce agli
emarginati. Ai puri. Che hanno espresso in estrema assenza delle forme alte
accademiche i rispettivi mondi sensoriali.
Grazie ai concettuali. Ai provocatori come Cattelan e non
solo.
Grazie agli invisibili che s’incontrano casualmente. Ed
oggi, casualmente mi sono scontrato con una busta. Una busta da asporto di un
noto negozio decorata nella maniera informale, grezza e quasi primitiva cara a
Dubuffet.
“l’arte incontra la diversità, l’estro esprime l’inclusione …!”. C’era scritto sul retro. Insomma questa boutique ha adottato una linea politico-culturale silenziosa ma di altissimo livello.
Ed è da questa frase che mi son messo a lavorare. Ho
assemblato attorno alla riproduzione pittorica le scorie mentali che definiscono
la nostra materia.
Ho cucito e ristrappato. Incollato. Spillato con graffette
metalliche spezzoni di linguaggio effimero per esaltare il lavoro in sordina
degli emarginati.
Non ho badato agli equilibri. L’equilibrio si è palesato da
solo. Contro ogni retorica forbita dalle sovrastrutture mentali che governano
il mercato dell’arte. Ho lavorato!
L’atto del fare si fa carne e rifiuto. Quando Jackson
Pollock scagliava il colore sulla tela distesa a terra, non cercava l’armonia
del salotto borghese; cercava l’estensione del proprio corpo nello spazio. Il
suo Dripping era un corpo a corpo con il caos, una danza sciamanica che ha
liberato l’arte dal cavalletto. E con lui, l’universo dell’Informale — da
Alberto Burri con i suoi sacchi lacerati e le combustioni, a Jean Fautrier con
le sue materie spesse e dolorose — ha gridato che la ferita della materia è
l'unica verità rimasta. Questo ho fatto oggi: ho preso quelle scorie mentali e
le ho trattate con la stessa urgenza informale, dove il gesto non descrive, ma
è l’evento stesso.
In quel retro della busta da asporto, in quel frammento di consumo quotidiano elevato a manifesto, si è palesato lo spettro del Nouveau Réalisme. Pierre Restany lo aveva capito prima di tutti: la realtà non va copiata, va sequestrata. Quando Mimmo Rotella strappava i manifesti dai muri di Roma, o quando Arman accumulava oggetti identici dentro teche di plexiglas, stavano dicendo che il detrito della società dei consumi è la nostra nuova archeologia.
Ho preso quel
cartone, quel linguaggio effimero della boutique, e l'ho trattato come una
merce da recuperare e espandere, farlo riverberare nelle valli della
propagazione dell’eco cucendo e ristrappando, per restituire al rifiuto la sua
dignità sacra e poetica.
Poi è arrivato il ripensamento, la virata epocale teorizzata
da Achille Bonito Oliva con la Transavanguardia. Negli anni '80, artisti come
Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria
hanno detto basta all'intellettualismo gelido. Hanno rivendicato il diritto al
nomadismo culturale, al rimescolamento cerebrale, al ritorno a una figurazione
libera, ironica, selvaggia e visionaria. La Transavanguardia ci ha insegnato
che la storia dell'arte è un immenso serbatoio da saccheggiare senza sensi di
colpa.
Nel mio assemblaggio
non c’è novità assoluta, ma c’è quel continuo nomadismo: un frammento
concettuale che sposa una forma grezza, e la trasforma in un cortocircuito
temporale tra l'accademia e la strada.
Ma il vero motore di questa mia epifania resta Jean Dubuffet e la sua Art Brut.
L'arte dei folli, dei reclusi, degli emarginati, dei
bambini. I "puri", come li chiami tu. Coloro che creano per necessità
biologica, non per il mercato.
Dubuffet cercava una pittura che avesse la consistenza del fango, della sabbia, dell'asfalto.
Una pittura che sputasse in faccia all'estetica delle "forme alte".
La busta che ho trovato sulla mia strada parla quella lingua
primitiva e non addomesticata. Spillando graffette metalliche su quel cartone,
ho voluto dare voce proprio a quell'alterità: un'arte che non chiede il
permesso, che include l'errore, che celebra la diversità come unica linfa
vitale.
E infine, lo sberleffo. Il gioco serio del Concettuale e
della provocazione che da Marcel Duchamp arriva fino a Maurizio Cattelan.
Cattelan ci mostra il re nudo; appende il suo gallerista al muro con il nastro
adesivo o espone una banana per scardinare le regole del gioco economico. Il
mio assemblaggio risponde a questa stessa logica ironica e dissacrante: contro
la retorica forbita delle sovrastrutture che governano le aste e le gallerie,
io rispondo con un'opera fatta di niente. Di scarti. Di graffette economiche. E
di una riproduzione dell’opera di un diversamente abile. Ma poi perché
diversamente? È abile! Altroché!
Non ho cercato l'equilibrio della sezione aurea. Ho lasciato che i materiali litigassero tra loro finché non hanno trovato una tregua spontanea. Contro il mercato, contro la fiera del già visto, oggi ho semplicemente fatto esistere un'intuizione. Ho lavorato.
Ho guardato i materiali sul tavolo e ho capito che la
sintesi era già lì, racchiusa in un caos calpestato e risorto. C’era il verde
sfacciato del cartone di una Tuborg e la scritta "Borg" spezzata,
brandelli di una quotidianità da discount che dialogano senza timore con la
citazione colta. La birra commerciale, il consumo di massa, che si fa supporto
pittorico. Accanto, il blu plastico di un elemento industriale forato e il
rosso stridente di una confezione di gelati Algida: schegge di una Pop Art
degradata nell'Informale, dove il logo perde la sua funzione pubblicitaria e
diventa pura macchia cromatica, pura violenza visiva.
Sulla sinistra risalta quel frammento di busta, la sua corda
bianca ancora attaccata come un cordone ombelicale reciso da un ciclo di
consumo. Lì c'è il cuore della narrazione: la frase “l’arte incontra la
diversità, l’estro esprime l’inclusione e diventano un mondo...”, parzialmente
mutilata dallo strappo, ma resa eterna dal gesto del recupero. Un codice a
barre asettico, simbolo della tracciabilità totale delle nostre esistenze
merceologiche, coesiste con una striscia di pittura bianca, densa, quasi
gessosa, stesa come per cancellare l'omologazione o per dare uno sfondo
d'intonaco a questa strada interiore.
E poi quel verso, "almeno tu nell'universo", stampato su un moncherino di un involucro commerciale da 950g. Una poesia d'amore nazionalpopolare che annega tra le indicazioni di peso e i loghi aziendali.
È la perfetta realizzazione del Nouveau Réalisme e dell'Art
Brut fusi insieme: la spazzatura che canta, l'emarginazione del senso che
ritrova una sua centralità poetica proprio perché strappata, spillata,
decontestualizzata.
Non ho cercato l'armonia. Ho lasciato che la plastica, il cartone pressato, il codice a barre e la corda gridassero ognuno la propria provenienza.
L'equilibrio si è palesato da solo, in quella
sovrapposizione brutale dove la "forma alta" dell'arte si è lasciata
contaminare dalle scorie del nostro quotidiano. Contro ogni retorica forbita
dalle sovrastrutture mentali che governano il mercato dell’arte. Ho lavorato
per amore!


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