Il sogno americano

 


L’opera, vista attraverso la lente accademica, si configura come un assemblaggio polimaterico che utilizza un vassoio da pasticceria come supporto, trasformando un oggetto effimero e quotidiano in un dispositivo estetico e concettuale. Tale scelta introduce immediatamente una tensione tra la natura transitoria del materiale e la volontà di attribuirgli una funzione simbolica, secondo una logica di elevazione del banale che richiama le pratiche del Nouveau Réalisme e, più in generale, le poetiche del riuso.

L’intervento pittorico in acrilico, dominato dal bianco ma attraversato da emergenze cromatiche rosse e blu, attiva un rimando implicito alla bandiera degli Stati Uniti. Non si tratta di una citazione iconografica diretta, bensì di una “evocazione cromatica” che opera per allusione. La bandiera, svuotata della sua forma e ridotta a traccia, diventa un campo semantico instabile: memoria culturale, simbolo politico, immaginario globalizzato. La sua presenza non è assertiva ma carsica, come un residuo che affiora attraverso la materia pittorica.

Su questo sfondo si innestano frammenti di carte decorative, tra cui spicca un elemento modellato a forma di caramella. Questi materiali, associati al consumo, alla festa e all’estetica popolare, introducono un registro ludico e al tempo stesso ambiguo. La carta da regalo, fragile e destinata allo scarto, si pone in contrasto con la densità simbolica del riferimento alla bandiera, generando un cortocircuito tra immaginario infantile e retorica nazionale. L’oggetto-caramella, oscillante tra dono e rifiuto, tra attrazione visiva e residuo post-consumistico, diventa un nodo interpretativo centrale.

L’opera si articola dunque come un dispositivo di stratificazione semantica: il supporto effimero, la pittura allusiva e i materiali decorativi non convergono verso un significato univoco, ma mantengono una frizione produttiva. Tale frizione permette di leggere l’assemblaggio come una riflessione sulla trasformazione dei simboli nell’epoca della loro circolazione globale, sulla loro riduzione a pattern estetici e sulla loro sovrapposizione con logiche di consumo e spettacolarizzazione.

In questo senso, l’assemblaggio non propone una critica diretta, bensì una “messa in scena della complessità”: la bandiera come texture, il vassoio come palcoscenico domestico, la carta da regalo come maschera festiva. L’opera si colloca così in un territorio intermedio tra ironia e inquietudine, tra gioco e memoria, tra estetica povera e immaginario pop, restituendo allo spettatore un’esperienza visiva che è al tempo stesso familiare e perturbante.

 

 dichiarazione d'artista

Quando ho iniziato questo lavoro, non avevo in mente un progetto definito. Avevo davanti un semplice vassoio da pasticceria, uno di quelli che passano di mano in mano durante le feste, carichi di dolci e di attese. Mi interessava proprio questo: la sua natura effimera, domestica, quasi anonima. Un oggetto che nasce per essere guardato appena un attimo, prima di sparire. Ho voluto trattarlo come un campo di battaglia visiva, un luogo dove far emergere ciò che normalmente resta sotto la superficie.

La pittura acrilica è arrivata dopo, quasi come un gesto di copertura. Ho steso il bianco per cancellare, per azzerare, ma il rosso e il blu hanno iniziato a riaffiorare. Non cercavo la bandiera americana, eppure si è imposta come un fantasma cromatico. Non la sua forma, non la sua retorica, ma la sua presenza diffusa, quasi inevitabile. È un simbolo che ci attraversa anche quando non lo vogliamo, un rumore di fondo della cultura globale. L’ho lasciato emergere senza controllarlo, come si lascia affiorare un ricordo.


Poi sono arrivate le carte da regalo. Le ho scelte perché sono fragili, decorative, infantili. Mi piaceva l’idea di un contrasto tra la serietà del simbolo e la leggerezza del packaging. La carta modellata a forma di caramella è stata un gesto istintivo: un piccolo dono, un gioco, ma anche un involucro che nasconde, che avvolge, che protegge o che inganna. È un oggetto ambiguo, come tutto ciò che promette dolcezza ma nasce per essere scartato.

In questo assemblaggio non cerco una sintesi. Mi interessa la frizione: tra il supporto povero e il peso dei simboli, tra la pittura che evoca e la carta che distrae, tra la festa e la memoria. È un lavoro che parla di come i segni si sovrappongono nella nostra esperienza quotidiana, di come il consumo addolcisca tutto, anche ciò che dovrebbe restare duro, spigoloso, politico.

Alla fine, quello che resta è una superficie stratificata, un piccolo teatro di contraddizioni. Un vassoio che non serve più dolci, ma immagini. Un oggetto che non vuole spiegare, ma far emergere. E forse è proprio in questa ambiguità che riconosco la parte più sincera del mio gesto.

Questo lavoro nasce in un momento in cui le immagini che ci circondano sembrano perdere stabilità. Negli Stati Uniti, le recenti intemperanze politiche hanno riportato al centro dell’attenzione simboli, retoriche e tensioni che credevamo sedimentate. Non mi interessa giudicare, ma osservare come questi scossoni si riflettano nella superficie delle cose, nei colori, nei gesti, nei materiali che manipolo.

Il vassoio da pasticceria è stato il mio punto di partenza: un oggetto fragile, domestico, pensato per contenere dolcezza e convivialità. L’ho scelto perché rappresenta un’idea di normalità che oggi appare incrinata. Sopra di esso ho steso il bianco, come un tentativo di cancellazione o di quiete, ma il rosso e il blu hanno iniziato a riaffiorare. Non volevo dipingere una bandiera, eppure quei colori sono emersi come un riflesso involontario del clima culturale che attraversiamo. È come se la tensione politica, amplificata dai media e dalle reazioni pubbliche, avesse trovato un modo per depositarsi sulla superficie del mio lavoro.

Le carte da regalo, modellate e accartocciate, introducono un’altra dimensione: quella dell’apparenza, del consumo, della festa che si trasforma in maschera. Mi interessa il contrasto tra la leggerezza di questi materiali e il peso simbolico che li sovrasta. In un periodo in cui i discorsi pubblici diventano spesso esasperati, la carta decorativa diventa per me un modo per parlare di fragilità, di sovrapposizioni, di ciò che si rompe facilmente.

Non cerco di rappresentare un evento politico, né di commentarlo direttamente. Preferisco lavorare sulle sue conseguenze visive, sulle vibrazioni che lascia nell’immaginario collettivo. Questo assemblaggio è il risultato di una stratificazione: di materiali poveri, di colori che emergono loro malgrado, di un clima culturale che filtra attraverso il gesto artistico. È un tentativo di dare forma a un momento storico in cui tutto sembra oscillare, in cui anche un semplice vassoio da pasticceria può diventare un campo di tensione.

In fondo, quello che cerco è una verità minima: la possibilità che un oggetto effimero racconti qualcosa del mondo che lo attraversa. Anche quando quel mondo è agitato, contraddittorio, o attraversato da intemperanze che ne scuotono la superficie.

Ho realizzato questo lavoro nel 2018, in un momento in cui le tensioni politiche negli Stati Uniti erano già percepibili, ma non ancora esplose nella forma esasperata che vediamo oggi. All’epoca non intendevo rappresentare un evento specifico: lavoravo più per intuizioni che per dichiarazioni. Eppure, riguardando l’opera oggi, mi accorgo che alcuni segni erano già lì, come presagi depositati nella materia.


Il vassoio da pasticceria è stato il mio primo gesto: un oggetto fragile, domestico, pensato per contenere dolci e momenti di festa. Nel 2018 lo vedevo come un simbolo dell’effimero, della quotidianità che scorre senza lasciare traccia. Oggi, invece, mi sembra quasi un piccolo teatro della vulnerabilità collettiva, un luogo dove le tensioni culturali trovano un modo per sedimentarsi.

La pittura acrilica bianca, attraversata da rosso e blu, voleva essere una bandiera che riportasse al sogno americano! Era un gioco di stratificazioni, un tentativo di far emergere e poi coprire, di lasciare affiorare solo ciò che resisteva alla cancellazione. Ma quei colori, riconsiderati ora, sembrano parlare di un’identità nazionale agitata, di un simbolo che non riesce più a restare silenzioso. Non è una bandiera dipinta: è una bandiera che riaffiora, come un rumore di fondo che non si può ignorare. E uccide i sogni.

Le carte da regalo, modellate e accartocciate, nel 2018 erano per me un modo per introdurre leggerezza, gioco, fragilità. Oggi le leggo come involucri che cercano di addolcire ciò che non è più addolcibile, come maschere decorative che tentano di coprire una tensione crescente. La caramella, in particolare, mi appare ora come un simbolo ambiguo: promessa di dolcezza, ma anche residuo di un consumo che non sa più cosa celebrare.

Non ho mai voluto fare un’opera politica. Ma il tempo, a volte, politicizza ciò che nasce da un’intuizione personale. Questo assemblaggio, riletto alla luce delle intemperanze attuali, sembra parlare di un immaginario che si incrina, di simboli che si deformano, di una superficie che non riesce più a contenere ciò che vi si deposita.

Se nel 2018 cercavo una verità minima, oggi riconosco che quella verità si è caricata di nuove risonanze. L’opera non è cambiata: è cambiato il mondo intorno. E in questo scarto, in questa distanza tra il gesto originario e la sua lettura presente, trovo il senso più profondo del mio lavoro.

 

 



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