Perché condividere?
… sul tempo, sulla permanenza e sul silenzio
Perché condividere un progetto di ricerca visiva plastica? Lavoro, tutto sommato, di nicchia, e il pannello visivo, realizzato adoperando le immagini fotografiche riassemblate con gli strumenti di ultima generazione, lo confermano, nonostante mostri una ricerca artistica incentrata sul collage, il décollage e il frammento urbano, con una forte impronta legata all'identità e alla stratificazione della memoria, non interessi molti se non gli addetti ai lavori.
La maggior parte delle persone è preoccupata dagli andamenti relativi al proprio, piccolo, limitato macrorganismo delimitato tra le mura domestiche.
L’arte e i variegati meccanismi squisitamente mentali sono
appannaggio di pochi. Purtroppo!
E la bellezza correlata ne è mortificata. Si deve essere
matti a parlare di Bellezza in un mondo gestito dalla brutalità sistemica
incentrata sul profitto barbaro sull’uomo e dall’uomo.
Essere fuori dalle dinamiche degli interessi che provocano e
alimentano le guerre e i dissidi tra popoli poveri guidate da menti diaboliche
alimentate da manie di grandezze. Pazzi! Appunto. Oppure savi e con la mente
volta al bello e all’immacolato degli eterni bambini: essere creativamente
Artisti! E sognatori.
Sognare non significa costruire mondi paralleli per evadere
la realtà. Significa proporre possibili risvolti emancipativi che tolgano gli
esseri dalle ambagi della materialità. E indurre la leadership a progettare
dinamiche strutturali utili all’emancipazione dei bisogni. (utopia?).
Lavorare affinché la Bellezza prevalga, questo è l’elemento
che muove le menti educate alle visioni oniriche del mondo caro ai giovani.
Parentesi che tutte le generazioni hanno cullato e che, grazie a dio,
continuano a fare! Essere giovani. Perennemente giovani! Ancor meglio se
custodiamo la fantasia gioiosa dei bambini. Entità non pure. Ma votate alla
possibilità.
Cullare progetti. Studiare. Sviluppare e coltivare il sogno
impalpabile delle Anime Belle! Quelle che superano gli ostacoli dell’ovvio e
giocano senza limiti posturali. Senza motivi. Con la testa sgombra di affanni
tesaurizzanti e condizionati del ritorno immediato economico conseguente
all’azione concepita.
Impegnarsi, insomma, a produrre Bellezza o possibili stimoli
che inducono a ricercarla.
L’artista, gli artisti, non so come altro definire gli
eterni bambini, anche se i pragmatici li apostrofano “matti” sono perennemente
con la testa tra le nuvole. Sorridono al modo e alle brutali conseguenze
prodotte dall’ego coscienti che ogni azione, dopo avere generato la metamorfosi
consequenziale, apre scenari di Bellezza inequivocabile.
La bellezza nasce dal caso o dal caos? Meglio se mediata da predisposizioni intellettive progettuali. non da tenere visioni ma da seri studi analitici.
Perché condividere, dunque?
Si condivide per attivare la possibilità. Se l'artista è
l'eterno bambino, il gioco non è mai fine a sé stesso, ma è l'unico modo per
testare i limiti della realtà e proporre risvolti emancipativi. Condividere
questo progetto non serve a vendere un prodotto, ma a restituire lo sguardo a
chi lo ha perso, indicando che sotto la superficie asettica della quotidianità
commerciale pulsa una geografia interiore che attende solo di essere scavata.
Non è utopia; è l'unico modo per rimanere perennemente e lucidamente desti.
Il progetto evidenzia delle direttrici di profondo
interesse:
Gli elementi visivi immediati, nel presente lavoro
evidenziano delle direttrici interessanti.
La 1ª Direttrice suggerisce di scandagliare Il Frammento
Quotidiano e l'Identità Locale suggerita nella sezione a sinistra attraverso lo
stencil della Calabria. E si notano nei ritagli pubblicitari di prodotti di
consumo commerciale (il tubetto di Mentadent, il packaging della pasta
Tradizioni di Calabria) sovrapposti a uno sfondo giallo saturo che si apre
sullo scorcio caotico di quello che è un laboratorio o un archivio.
L'accostamento evidenzia il contrasto tra l'asetticità della
grafica pop commerciale e la densità vissuta degli spazi reali. L'inserimento
del riferimento geografico (stencil Calabria) radica la ricerca in uno
specifico contesto culturale o biografico, saturo di materia e astrazione. nell'Archeologia
della Memoria Personale il frammento si fa ricordo.
Gli elementi quotidiani (la pasta, il dentifricio, i
ritagli) non rappresentano feticci commerciali, ma reperti del vissuto e narrano
la micro-storia quotidiana che definisce l'esistenza dei popoli, scelti non per
il loro valore iconico, ma per la loro risonanza emotiva e familiare. E, forse,
con un filo d’ironia, il creativo suggerisce di “lavare la bocca” prima di…
darle fiato.
2ª Direttrice: La Materia e l'Astrazione Urbana (Centro)
Un pannello a tecnica mista che accoglie pittura,
stratificazioni di carte strappate, manifesti pubblicitari, scritte
tipografiche e assemblaggi digitali. Predominano i toni del bianco gessoso, del
rosso e del blu: cromie tipiche nella ricerca semantica dell’autore.
Se da un lato la sezione rimanda alla tradizione del Nouveau
Réalisme e della Pop Art materica (ricordando da vicino la sensibilità di
maestri del décollage come Mimmo Rotella), dall'altro il manifesto supera la
funzione di veicolo pubblicitario. Si trasforma in texture, pelle della città e
reperto archeologico della contemporaneità.
3ª Direttrice: L'Autoritratto Speculare e lo Spazio di
Lavoro (Destra)
Una composizione complessa che unisce la fotografia dello
studio colmo di telai e materiali all'autoritratto dell'artista (frammenti del
volto con gli occhiali). Il volto ripetuto, virato in bianco e nero e in forti
contrasti cromatici caldi (rosso/arancio), evoca i codici della stampa
serigrafica o della xilografia digitale.
È la sezione più intima e riflessiva. L'artista si inserisce
fisicamente nel proprio ambiente operativo. La scomposizione del volto in
variazioni cromatiche suggerisce una riflessione sulla percezione del sé, sulla
moltiplicazione dell'identità e sul processo creativo che consuma e ridefinisce
chi produce l'arte.
Nel complesso, il lavoro si presenta come un'efficace
mappatura visiva del processo creativo che muove la ricerca semantica, dove il
caos controllato dello studio si riflette e si ordina nella composizione
formale delle opere.
Per comprendere appieno la direzione della ricerca, soffermarsi solo sui riferimenti storici più evidenti rischia di banalizzare l'opera, riducendola a una semplice formula estetica ("Pop" o "Street"). Si deve necessariamente ripensare alla Geografia Interiore e andare Oltre la Superficie. Chiudere gli occhi, o meglio, cancellare dalla mente ciò che la vista cattura e lascia in superficie. Incamerare il dato oggettuale e lasciarlo sedimentare. Solo così si comprende la natura della ricerca.
Si comprende che l'operazione in atto è di natura
radicalmente diversa: è un'indagine psicologica, un'esplorazione della
geografia interiore dell’autore. E, spostandosi sul piano intimo, il frammento
non è più un rifiuto della società dei consumi, ma diventa una traccia biologica/biografica.
Nell'Archeologia della Memoria Personale, il frammento si fa
ricordo. Gli elementi quotidiani (la pasta, il dentifricio, i ritagli) non sono
feticci commerciali, ma reperti del vissuto. Rappresentano la micro-storia
quotidiana che definisce l'esistenza, scelti dal “ricecratore” non per il loro
valore iconico, ma per la loro risonanza emotiva e familiare. E, forse, con un
filo d’ironia, il creativo suggerisce: aspetta, conta fino a cento e “lava la
bocca” prima di… darle fiato.
L'accumulo visibile nelle immagini non è disordine, ma la
materializzazione dello spazio mentale. I lavori accatastati e i materiali
stratificati descrivono visivamente la complessità del pensiero, dove i ricordi
e i progetti non si cancellano, ma si sovrappongono nella moltiplicazione. È lo
Specchio del Sé, suggerito dall'autoritratto frammentato.
Lo sguardo che emerge ripetutamente nella sezione destra non
è una firma autoreferenziale, ma un atto di auto-osservazione. Scomporre il
proprio volto attraverso variazioni cromatiche e texture significa interrogarsi
sulla propria identità: "Chi sono io all'interno di questo accumulo di
tempo e spazio?"
Emerge una forte componente di introspezione fisica.
L'occhio, la pelle filtrata dal colore e la presenza fisica nello studio
indicano che l'opera non esiste separata da chi la crea. L’autore è parte della
materia stessa che sta trattando. Il corpo dell’autore è nell'opera a
testimoniare l’analisi sociologica assurta a poesia visiva.
Nascondere è Rivelare: il gesto di coprire con il bianco
(nella tavola centrale) o di lacerare la carta diventa un processo catartico. È
un modo intimo di gestire la memoria: alcune cose sono portate alla luce
tramite il contrasto, altre sono volutamente sepolte sotto strati di materia,
esattamente come fa la mente umana con i traumi o i ricordi sbiaditi.
Questa direzione trasforma il progetto da una ricerca
formale sulla superficie a uno scavo analitico sul tempo, sulla permanenza e
sul silenzio che si nasconde dietro il rumore visivo della quotidianità.
nell'Archeologia della Memoria Personale il frammento si fa
ricordo.
Condividere un progetto di ricerca visiva e plastica oggi, è,
dunque, un atto “sovversivo” che si traduce in resistenza intellettuale e
umana.
Rilevare, quindi, la dolorosa discrepanza tra la brutalità
sistemica del profitto e la solitudine dell'artista; validare il sentimento
alla bellezza è un obbligo civile e morale! Anche se, la sensazione di parlare
a un vuoto distratto, dove la maggior parte delle persone è comprensibilmente
schiacciata dal proprio "micro-macrocosmo" domestico, è reale,
legittima e frustrante.
Tuttavia, l’analisi dimostra che il lavoro in fucina non è
un esercizio solipsistico. È una necessità.
L'arte non è un lusso per pochi eletti per diritto divino,
ma un'esigenza che, purtroppo, la società contemporanea anestetizza.
Mostrare la stratificazione, il frammento e riscrivere sui
messaggi consumati significa offrire una cura al rumore caotico che ci
circonda.
Traslare la semantica in armonia visiva dalla Cronaca
all'Archeologia del Vissuto e soffermarsi nella condivisione della ricerca è un
passaggio che scardina il tempo lineare accelerato del consumo e impone il
tempo della sedimentazione.
Non contro ma dentro la società produttrice d’immagini immediate e monouso; il lavoro di ricerca creativa impone di sostare e decodificare gli imperativi.
Riscattare il quotidiano; giocare; inserire oggetti
decontestualizzandone la funzione per suggerire altro come il tubetto di
Mentadent o la pasta Tradizioni di Calabria che trasforma il tempo effimero del
consumo in tempo storico e biografico.
La cronaca dell’effimero si fa memoria e l'accostamento
pop-commerciale non è cinico, ma documentaristico; fissa l'istante per
sottrarlo all'oblio.
L’assemblaggio dei frammenti urbani non sono tecniche
formali, ma la prova tangibile che nulla scompare davvero, tutto si trasforma.
E pur considerando la materia come testimonianza con richiami a Mimmo Rotella e
al Nouveau Réalisme,il manifesto strappato conserva la traccia del passaggio
umano e l’artista lo ripropone in altra chiave di lettura.
È un divenire che diventa resistenza all'effimero! Coprire
con il bianco gessoso o lacerare la carta (Tavola Centrale) imita i processi
biologici e mentali di conservazione e rimozione.
La menzione della Calabria non è folklore, ma rivendicazione
di una radice; una permanenza identitaria in un mondo liquido. È ancoraggio
geografico, partenza, ritorno, meta.
Il caos controllato dello studio e la frammentazione dell'autoritratto sono paradossalmente i generatori del vero silenzio: quello dell'introspezione.
Il gesto di coprire e seppellire sotto strati di pittura
crea zone di silenzio visivo che proteggono i traumi e i ricordi più intimi
sono sottrazione catartica necessaria per esplicitare il dialogo.
L'autoritratto è il simbolo dello specchio muto e gli occhi
che emergono dalle variazioni cromatiche non parlano al pubblico, ma osservano
in silenzio il processo di scomposizione del sé.
Il caos dello studio accatastato si azzera nella rigorosa
composizione formale dell'opera, offrendo un rifugio dal frastuono del mondo
esterno nell’Isolamento generativo.
Perché condividere, dunque?
Si condivide per attivare la possibilità. Se l'artista è
l'eterno bambino, il gioco non è mai fine a sé stesso, ma è l'unico modo per
testare i limiti della realtà e proporre risvolti emancipativi. Condividere
questo progetto non serve a vendere un prodotto, ma a restituire lo sguardo a
chi lo ha perso, indicando che sotto la superficie asettica della quotidianità
commerciale pulsa una geografia interiore che attende solo di essere scavata.
Non è utopia; è l'unico modo per rimanere perennemente e lucidamente desti.

