Dal particolare al Tutto
Tutto parte da un “incontro” minimale.
Non cerco i grandi temi, ma il granello di sabbia nell'ingranaggio: un verbo usato "fuori posto", un’immagine involontaria che scivola tra le pieghe di una frase fatta, il riflesso di un materiale che non dovrebbe stare lì, un invito che si trasforma in ossimoro.
Mi fermo quando
sento quella frizione, come quando oggi sento dire "viene fatto"
invece di "è fatto". È un’imprecisione che accetto, ma che mi attiva:
lì, in quel piccolo scarto tra la norma e l’uso, vedo aprirsi lo spazio del mio
gioco.
Mettermi in moto e giocare creativamente significa
manipolare: Linguaggio, Semantica e Materia come se fossero la stessa sostanza.
Non guardo alla grammatica come a un libretto di istruzioni,
ma come a un corpo vivo. Quando scrivo o scelgo una parola, ne ascolto il peso
specifico. L’italiano che uso è una terra di confine, sporcata dall’oralità e
dai dialetti, dove il senso non è mai immobile. Un verbo per me non indica solo
un'azione: è un gesto che si compie, una responsabilità che mi assumo verso
l'immagine che quel verbo scatena. E che vivo nella tensione tra emotività e semantica. Un'azione discorsiva, sintetica, enfatica, dunque.
Nel mio lavoro non scelgo tra l'essere artista o curatore;
abito alternativamente il conflitto tra le due anime con disinvoltura perché
ritengo che il linguaggio artistico è una forza che spinge verso l'esterno in
una commistione d’intenti e darsi.
Non è mia intenzione spiegare, anzi, sospendo la
verbosità per lasciare che emerga, anche attraverso l'ambiguità, la frattura, il
polisemico: L’umanità. Tutto Serve, insomma, a generare un campo instabile dove
chi guarda deve perdersi per ritrovarsi.
Il linguaggio
curatoriale è dunque una forza che tiene insieme. È una mano tesa verso
l'osservatore, un supporto per rendergli l'opera accessibile, senza però addomesticarla. Non
chiudo il cerchio con parole vuote o auliche, ma traccio il perimetro entro cui l'opera può vibrare nell'intimo dei fruitori.
La mia, può essere definita una frizione tra i linguaggi correnti dell'intelletto:
uno apre, l'altro orienta. Uno eccede, l'altro delimita. in sintesi, la semantica surroga la forma plastica in sintonia con le parti destra e sinistra del cervello, la prima creativa e analogica duttile, aperta, possibilista.
Nelle mie opere, la parola smette di essere "lettura" e diventa "visione". La parola, il segno grafico e tutto quanto forma l'assemblaggio è manipolato come se fosse creta o pigmento: stratifico, sovrappongo, lascio che si dissolva per poi vedere riemergere a frammenti il tutto.
Il testo non si legge linearmente; non deve! lo si
attraversa come un paesaggio di macerie e depositi di memoria. Il significato
non lo regalo: è un affioramento che richiede tempo. La materia è grammatica fisica. Stessa
logica sempre. Ogni mio gesto sulla materia è
la traduzione fisica di un pensiero linguistico e quando sovrappongo, sto
complicando il significato, rendendolo denso e opaco.
Se tombo una
superficie, non sto cancellando: sto custodendo. È un silenzio attivo, un atto
di protezione per ciò che non deve essere visto subito.
Se lacero, non sto
distruggendo. La ferita è una rivelazione: è il varco da cui si intravede un
residuo di verità che resiste.
Il fare è un atto
di cura! C'è un'etica nel modo in cui tratto un materiale o una parola. Li
considero corpi fragili, esposti. Non mi interessa la spettacolarizzazione o la
retorica del dolore; mi interessa l'ascolto. Ogni strato, ogni accumulazione, è un modo per abitare il mondo con attenzione, e viverlo per
dare asilo a ciò che rischia di essere rimosso o reso invisibile.
Non cerco di spiegare nulla. Cerco solo di generare una
risonanza, di attivare un processo che non si esaurisca nello sguardo, ma che
continui a sedimentare in chi resta a guardare e proloferare.
Esatto. Non esiste una gerarchia tra il pixel e il pigmento: sono entrambi conduttori. Medium esoterici al di sopra delle infrastrutture mentali precostituite.
Non scelgo la materia fisica o la
narrazione digitale per il loro valore estetico, ma perché sono i medium
necessari per forzare la porta dei miei — e dei nostri — bi-sogni.
Uso questo termine, bi-sogno, proprio nella sua duplicità: è
la necessità materiale di toccare terra, di sentire la resistenza della
sostanza, ma è anche il sogno intellettuale, quella spinta speculativa che mi
porta a navigare l’astratto.
Il processo di navigazione non è univoco, dipende dal
momento:
Il digitale è fluido
semantico. Nel virtuale, i sogni intellettuali non hanno peso. Posso far
collassare il linguaggio, stratificare trasparenze impossibili e manipolare la
parola finché non diventa puro spettro visivo. È una navigazione nel pensiero
puro, dove il "bi-sogno" è ordine e disordine mentale.
E la materia fisica è ancoraggio, sedimentazione corporea.
Quando tocco la materia dò corpo a quel bisogno. Qui la navigazione si fa
tattile. La materia oppone resistenza, costringe al “compromesso”, trasforma
l'idea in un oggetto, un corpo che occupa uno spazio e subisce il tempo.
In questo passaggio, il lavoro di ricerca non si limita a
"rappresentare" un'idea. Diventa un atto di scavo. E navigo tra diversi fronti per trovare quel punto di equilibrio e far sì che il concetto (il sogno) si
incarni in una determinata forma (il bisogno) e viceversa.
Non costruisco oggetti o immagini; allestisco dispositivi di ingresso verso mondi "altri". Chi guarda le mie opere non deve solo osservare, ma
deve poter "entrare" in questa navigazione, sentendo su di sé la
stessa tensione tra la leggerezza del pensiero e la gravità della materia.
È una soglia che immagino quasi alla maniera di Mark Rothko,
il quale sosteneva: «Non sono interessato al rapporto tra colore e forma o
altro... Mi interessa solo esprimere le emozioni umane fondamentali: tragedia,
estasi, destino» del contemporaneo.
Come nelle sue campiture, le mie stratificazioni — siano
esse pixel o pigmenti — non vogliono essere guardate "da fuori", ma
chiedono di essere abitate, vissute. La materia e il linguaggio digitale
diventano quel piano vibrante che annulla la distanza tra l'opera e chi ne
fruisce. La superficie è un limite che cede, un confine che si fa spazio e quando ti trovi davanti a un lavoro è come se fossi davanti a uno schermo, un portale che offre un'esperienza
immersiva totale dove il bi-sogno intellettivo si scontra con la fisicità
del supporto.
Questo è il punto in cui la narrazione smette di
essere racconto e diventa presenza. Entrare nell'opera significa accettare che
la materia possa pesare quanto un pensiero e che un pensiero possa avere la
densità del piombo o la trasparenza di una luce digitale. È un viaggio che
parte da un'urgenza intellettuale per approdare a una consistenza plastica,
dove il senso non è mai un punto di arrivo, ma una rotta sempre aperta.
Tutto inizia da un dettaglio che attrae curiosità e costringe a
fermarmi. Può essere una parola fuori posto, un’immagine rubata o un evento
banale che, improvvisamente, incrina la superficie del quotidiano. È quel
"guasto" che mette in moto e spinge a giocare con la forma, la
materia e il colore.
Per me, la riflessione sul linguaggio non è teoria, è
materia plastica. Nasce da una sfumatura sintattica che "suona male"
o da un uso improprio che produce un’immagine involontaria. Penso spesso alla
sostituzione del verbo essere con venire nelle forme passive: un tempo errore
da penna rossa, oggi norma accettata. In quello scarto, in quella transizione
semantica, io vedo un’apertura: un campo di battaglia tra ciò che la lingua
dice e ciò che la mente immagina.
Il lavoro si muove esattamente in questo continuo contrasto. Utilizzo il linguaggio non per spiegare, ma come un dispositivo sensibile, una sorta di “bugiardino” farmaceutico. E la semantica come una sostanza stratificata, che, a volte si lacera o si tomba, come nei polimaterici.
In sintesi, mi piace costruire dispositivi di ingresso, soglie che
ricordano la ricerca di Mark Rothko, il quale affermava: «Non sono interessato
al rapporto tra colore e forma... Mi interessa solo esprimere le emozioni umane
fondamentali».
Ed io non cerco materiali per creare oggetti da osservare, asetticamente, ma spazi da abitare. La materia fisica e la narrazione digitale sono i miei medium per navigare i bi-sogni, dentro e oltre la materia. Dare voce a quella necessità viscerale, che è materiale e intellettiva insieme per trovare un senso nel caos delle contraddizioni delle sovrapposizioni.
La mia ricerca è una ferita aperta che
rivela un altrove, un invito a superare il limite della superficie per entrare
in una narrazione che è, prima di tutto, presenza.

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